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I Grandi Magazzini di Mario Camerini

Hai mai visto Grandi Magazzini? Il film con Vittorio De Sica?” bisbiglia Silvana Maffeis, appassionata di cinema, a Teresa Iorio durante la selezione delle Veneri svolta dalla severa direttrice del Paradiso delle Signore Clara Mantovani.

I Grandi Magazzini del 1939, diretto da Mario Camerini, è un film di riferimento per la storia delle nostre commesse, giovani donne lavoratrici in un’ Italia non ancora del tutto abituata all’emancipazione femminile, che nel 1956 devono ancora smarcarsi dall’esclusività del focolare domestico.

vittorio de sica magazzini

Bruno (un Vittorio de Sica nel fiore dei suoi anni) è l’emblema dell’uomo piacente. Da poco ha trovato impiego come autista ai Grandi Magazzini, simbolo dell’innovazione delle vendite al dettaglio e brulicante centro di aggregazione della società dell’epoca: si può entrare per il solo gusto di osservare il continuo ricambio di merci, attratti dalle vetrine, ed essere immersi nelle occasioni a portata di mano mentre si fanno pubbliche relazioni.

Qui incontra una graziosa e onesta ragazza di nome Lauretta (Assia Noris) che fa la commessa. L’uomo, sfoderando le sue doti da amatore galante, è intenzionato a far ingelosire la sua fidanzata, così lusinga un’altra collega. L’ignara Lauretta nel frattempo viene licenziata perché accusata ingiustamente di furto e ricattata dal capo del
personale. La sorte non le è di certo clemente: si ritrova abbandonata da Bruno, senza un lavoro e in preda alla più cieca disperazione. Nel rispetto dei migliori melodrammi sentimentali, proprio l’amato, tra varie peripezie, farà in modo di scagionarla e il lieto fine trionferà.

Questa commedia popolar-sofisticata, presentata in concorso alla Settima Mostra di Venezia, tra “applausi e risate a scena aperta” secondo il Corriere dell’Agosto 1939, chiude la cosiddetta “Pentalogia piccolo borghese” che ebbe inizio nel 1932 con la pellicola Gli uomini che mascalzoni, a cui seguì Darò un milione, Ma non è una cosa seria Il signor Max. Camerini, anticipando la corrente neorealista, sposta l’attenzione su un Paese reale, di gente comune, impiegati o appunto commesse, che nello svolgimento della propria attività lavorativa manifestano passioni, gioie e dolori terreni. Da corollario c’è uno sfavillante emporio di lusso, “così bello”, che tuttavia, per citare in parallelo la nostra Teresa “non credevo potesse fare male“. Tra i manichini senza anima pulsano le storie personali e i legami interpersonali.

Spicca, come nel nostro Paradiso delle Signore, una curata scenografia art déco, realizzata da Guido Fiorini, con Gastone Medin e Carlo Enrico Rava. La vista ne rimane ammaliata, tra interminabili scalinate e ascensori intarsiati.

Ma in quale reparto sarà nascosto il cuore?

Il Paradiso delle Signore Magazine vi dà appuntamento al prossimo approfondimento cinematografico!

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